Nautilus in Valle dell’Orco

La Valle dell’Orco è uno di quei posti dei quali ho sentito parlare sin da quando ho cominciato ad arrampicare. Nell’ambiente alpinistico le pareti tra Ceresole Reale e Noasca iniziano a destare interesse negli anni ’70, quando Gian Piero Motti e altri (che daranno inizio al “Nuovo Mattino”, sul quale suggerisco questa descrizione a cura di A. Gogna) hanno immaginato di trovarsi in una piccola Yosemite, trasportando da questo lato dell’Atlantico una mentalità nuova: non più la lotta all’Alpe e la vetta come obiettivo, ma il piacere della scalata in se stesso! Una piccola rivoluzione copernicana nell’ambiente, iniziata in Italia in questa valle e in Val di Mello con i sassisti.

E così che, leggendo alcuni scritti di Motti (sui quali mi riprometto di tornare con più calma, proponendovi qualche estratto preso qua e là), è maturato in questi anni in me sempre più forte il desiderio di andare ad arrampicare dove è nato, da noi, il free climbing.

lama L1

Invece di “El Capitan” qui abbiamo il suo fratello minore “Sergent”, una struttura rocciosa di gneiss granitico che offre un’arrampicata ricca di diedri e fessure a incastro e, probabilmente per questo motivo, ha ispirato la fantasia di chi sognava la California.

La via prescelta per il primo approccio è una classica, caratterizzata da un profondo camino (del quale vi dirò a breve) che ha da subito destato il mio interesse: oggi molti percorrono una variante che lo evita, ma per conoscere davvero la via abbiamo scelto la versione originale, così come suggerito dalla guida a cura di Maurizio Oviglia.

Si inizia subito con un passo strapiombante e una bella lama verticale, più impressionante che difficile, e già si intuisce che la giornata sarà ricca di emozioni.

diedro L2

La seconda lunghezza, invece, è caratterizzata da un bel (facile? secondo la relazione sì, di certo non banale) diedro verticale, con la possibilità di provare i primi timidi incastri di dita, una tecnica di arrampicata che per quelli come me che non ne hanno dimestichezza -leggasi: tutti quelli abituati al calcare e alle Dolomiti- può risultare “interessante” 😀

Le sensazioni forti, comunque, arrivano solo adesso. Come da relazione, ora occorre “traversare su placca…e lasciarsi scivolare nell’evidente camino”.

L’attento scalatore, da queste scarne righe, dovrebbe subito rendersi conto di ciò che lo aspetta, e preparare adeguatamente i secondi di cordata 😉 Ci dev’essere anche qualcuno che ha provato a rendere più addomesticato questo piccolo traverso (facile, ma avaro di appigli e improteggibile), perché abbiamo trovato ciò che resta del foro di un fix, che deve aver avuto vita breve. Qui vige un’etica rigorosa, che intende mantenere lo stato delle vie così come sono state aperte (eccezion fatta per le soste, quelle invece ben attrezzate). Chi decide di arrampicare queste vie ne deve essere consapevole, e accettare il fatto che non tutte le esperienze debbano essere omologate. La diversità, anche in questo ambito, dev’essere vissuta come un valore.

Come il Nautilus viaggiava nelle profondità dei mari, così la nostra via si addentra nel cuore della montagna! Dentro quel camino, lo ammetto, diventa difficile orientarsi: la parete è decisamente liscia, e non ci sono molti riferimenti. Per certo, ho fatto sosta su dei massi incastrati a 4-5 metri di altezza. Da qui, molte relazioni suggeriscono di uscire lungo una cengetta, ma non è certo l’itinerario originale. E allora si prosegue!

Ho quindi puntato dritto sopra la sosta, e nel mio vagabondare ho anche incontrato due chiodi sull’unica spaccatura offerta (segno che altri sono passati di lì: dona un certo conforto questa consapevolezza quando arrampichi e scendere potrebbe essere “complesso”). Da questi, ancora verso l’alto e poco prima che il camino si chiudesse sono uscito a destra. Non sono convinto che quella che ho seguito fosse una “bellissima lama”, ma sono comunque arrivato all’albero di sosta. Mi resta il dubbio: avrò percorso l’itinerario originale? Francamente, non ne sono sicuro. Di certo, non sarà il web a darmi una risposta, perché ho letto versioni parecchio diverse tra loro. Spero mi capiterà di tornare e, magari, di fare anche la variante esterna, per vedere se sbucano nello stesso punto.

Terminato il camino, si giunge su un bel prato assolato e, puntando a un gruppo di larici ben folto, ci si raccorda con la seconda metà della via.

2a parte

Ora tocca a Giovanni aprire le danze, visto che ci siamo scambiati alla conduzione della cordata. E devo dire che, se è vero che io mi sono trovato ad affrontare il tiro più strano e meno protetto, lui di certo si è beccato quello più duro! Ma è stato ampiamente all’altezza della situazione, risolvendo con un’ottima arrampicata i due passaggi più ostici del tiro chiave (come avrete già intuito, entrambi “a incastro”).

La via poi avrebbe, stando alla relazione, altri due tiri su rocce rotte e poco interessanti. Ci fidiamo di Oviglia, ma se tornerò mi toglierò la curiosità di buttarci l’occhio.

Termina così la nostra prima avventura sul granito dell’Orco, con una gran voglia di imparare questi “incastri” così ostici, e di tornare su queste meravigliose strutture.

Sul ritorno, poi, l’incontro che non ti aspetti con una marmotta! Io e Serena le adoriamo, e la pausa per le foto di rito è d’obbligo. Ve ne risparmio molte, selezionando per voi la più bella.

IMG_4951

Buone arrampicate e, se non ci siete ancora stati, fateci un pensiero a questa bella valle!

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facce da camino!

Un pensiero su “Nautilus in Valle dell’Orco

  1. Pingback: Dopo il Nuovo Mattino, le Antiche Sere – "Molla tutto!"

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