Le parole sono importanti

Attacco della via

Conquista della vetta

Le abbiamo lette tutti queste espressioni, e ognuno di noi ne conosce molte di simili. Tante volte abbiamo cercato l’attacco di una via (spesso per un tempo più lungo di quanto ci faccia piacere raccontare), senza però davvero soffermarci su questa curiosa scelta lessicale…

Perché si “attacca” una via?

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Serena indica con fare tutt’altro che bellicoso l’attacco della via

E’ un retaggio della nostra cultura alpinistica degli anni della prima metà del ‘900, segnata da grandi conflitti e da uno spirito nazionalista che permeava molti aspetti della nostra società, non ultimo anche il mondo alpinistico.

Anzi, le imprese in montagna venivano portate a esempio dei valori cui potevano ispirarsi i giovani d’Italia, per essere pronti un giorno (che non avrebbe tardato a venire) a combattere valorosamente sulle Alpi (e non solo) per difendere la patria. Molta fu la propaganda, e non è mia intenzione ripercorrerla. Ci sono molti libri ben scritti che toccano anche questo aspetto (mi permetto, tra i molti, di suggerire il bellissimo “Il Fuoco e il gelo. La Grande Guerra sulle montagne” di Enrico Camanni, ed. Laterza).

Quello che colpisce è che -nonostante ci sia stata negli anni una “pace con l’Alpe”, e si sia in gran parte abbandonato quel tipo di approccio eroico (anche nella letteratura di montagna)- ancora oggi certe espressioni siano rimaste immutate.

Non so voi, ma io francamente non saprei descrivere in modo diverso “l’inizio” di una via di arrampicata.

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ancora Serena, ben carica di “armi e bagagli”

Tuttavia, non la ritengo una questione di poco conto.

La parola ha una forza immensa: non solo esprime il pensiero, ma a sua volta influenza lo stesso in un rapporto che non è a senso unico. Utilizzare parole negative influenza l’umore, così come adottarne di serene e confortanti può alleviare le pene dell’animo. Lo sanno i credenti, per i quali in principio era il verbo, come lo sanno gli scienziati che hanno osservato un effetto anche sulle piante rispetto all’esposizione prolungata a parole di incoraggiamento piuttosto che insulti e avvilimenti.

E allora, non sarebbe bello cambiare narrativa?

Gian Piero Motti ne comprendeva la forza e decideva di fare ampio ricorso al mito nel descrivere le meraviglie del Vallone di Sea (qualcosina ho scritto anche su queste pagine).

Il Cai ha abbandonato le parole di Guido Rey che accompagnavano il tesserino dei suoi iscritti: ora non vi si legge più che “Io credetti e credo la lotta coll’Alpe, utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede”.

Non sarebbe bello cambiare anche noi, e rifarci a una dimensione più leggera e, perché no, avventurosa? O Giocosa?

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ricordi di una delle prime arrampicate: la gioia e l’avventura c’erano, la lotta e la conquista le abbiamo lasciate volentieri ad altri più “valorosi”

 

 

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