Il compagno di cordata

Una frase che ho letto oggi ha gettato un fascio di luce su alcune idee che se ne stavano sedute all’ombra in un angolo della mia mente. Scommetto che è già capitato anche a te: improvvisamente, mentre leggi un bel libro (o almeno di un testo che sappia toccarti le corde giuste) come un flash arriva l’epifania, una chiarezza improvvisa che non stavi cercando, ma che ti stava aspettando.

Penso ai miei compagni di viaggio, fidati, forti ma poco loquaci. Credo che parliamo poco tra di noi perché non abbiamo niente da dirci. I nostri mondi sono diversi, distanti, perfino dei monti abbiamo una visione lontana. Una squadra unita da un progetto comune, ma dai significati sicuramente diversi. Camminiamo, camminiamo, ma assieme costruiamo poco se non una tacca in più nella lista delle cime.

Senza Sosta. Gli 82 Quattromila delle Alpi in 60 giorni. di Franco Nicolini e Diego Giovannini
Torri del Vajolet sullo sfondo dopo un week end dedicato a Steger: Est del Catinaccio e Punta Emma.

Mi sono così ritrovato a pensare al compagno di cordata. E’ un argomento sul quale negli ultimi tempi -ok, diciamo pure da un paio d’anni a questa parte- mi è capitato di indugiare, senza però mai indagare troppo a fondo i miei pensieri. E’ più corretto dire che davo un’occhiata di sfuggita, abbozzavo un pensiero o due e poi mi dedicavo ad altro.

Di persone con cui ho scalato ormai ce ne sono molte, e di ogni via o salita conservo -per fortuna- un bel ricordo. Certo, non sono state sempre rose e fiori, ci sono state le vie abbandonate per maltempo, quelle che per il compagno non era giornata, ecc… Una volta per fare un piacere a un amico mi sono pure lanciato su una via ampiamente fuori della mia portata: serbo un pessimo ricordo della scalata (rectius: delle funamboliche acrobazie e staffate per arrivare all’ultima sosta), eppure un bel ricordo della giornata condivisa con lui, che mi ha mostrato una salita a cui teneva e che attraverso questa esperienza mi ha insegnato un approccio alla rocce che non conoscevo. Bello, no?

Dicevo: ho scalato con tante persone diverse, e per fortuna o anche per una mia propensione a non legarmi proprio con chiunque, con ognuna di queste ho passato, per un motivo o per un altro, delle belle giornate. Ad oggi, ho numerosi amici con i quali amo condividere il mio poco tempo libero e l’altro capo della corda. Persone con le quali, senza scadere nella retorica dell’alpinismo eroico, affronto vie anche complesse dove esistono rischi oggettivi che per essere affrontati necessitano della piena fiducia nel compagno di cordata (in altri tempi si sarebbe detto: “affido la mia vita nelle loro mani”)

Sul Cervino con Andrea: una macchina quando si parla di misto e alta quota!

Posso quindi dire di non essermi ritrovato nella condizione della citazione che ha scatenato la mia epifania: non mi sono mai legato per la necessità di fare squadra con qualcuno per raggiungere un determinato obiettivo. Eppure, quelle frasi mi hanno risvegliato un pensiero che da un po’ se ne stavo tranquillo come brace, consapevole che prima o poi qualcosa avrebbe soffiato via la cenere che lo ricopriva pigramente.

Non so se sia un problema mio, o del gruppo di amici che frequento, ma quando siamo in tanti e assieme ho notato che è difficile affrontare argomenti intimi, nel senso di personali. E parlo di persone con le quali ho condiviso un sacco di esperienze, viaggi, dubbi, paure, ecc… Però, sarà che siamo super appassionati di montagna, è difficile che si parli di altro. Mi è capitato, qualche volta, singolarmente, ma ripensandoci credo di aver sempre introdotto io l’argomento…

Capo Pecora: un paradiso trad! E che compagnia!

Tutte queste persone, a ogni modo, sono compagni di cordata, e spesso SUPER compagni di cordata… ma non sono IL compagno di cordata. Quello con cui fai coppia fissa, con cui scali così spesso per cui hai raggiunto una certa sintonia. Le manovre sono più veloci, la scalata è più fluida e nelle pause invece di chiacchierare del più e del meno c’è un livello di condivisione più profondo e immediato, amplificato dall’ambiente di montagna. Mi rendo conto che si tratta di un’immagine romantica e un po’ datata: che volete farci, sono fatto così e ora che sono padre sto pure peggiorando!

Uno lo avevo trovato, il compagno “fisso” con cui non condividere solo la salita, ma anche la parte emotiva dell’esperienza. O forse mi ero illuso di averlo trovato, altrimenti non ci saremmo persi in questi anni. Se torneremo a scalare assieme, chissà. Potrebbe anche essere che questo tempo l’avremo vissuto come una semplice pausa. Oppure, più semplicemente, mi ero immaginato io che fossero qualcosa di più che semplici scalate. Forse mi pareva di condividere pensieri più profondi, ma in realtà iniziavo sempre io certe conversazioni perché -complice il suo essere silenzioso di carattere- erano le mie domande a rompere i silenzi.

Con Valentino (detto anche il Boss) e Natascia in Valle dell’Orco: che coppia!

L’altra mia compagna fissa di cordata, Serena, lo è rimasta nella vita, e non è cosa di poco conto. Con lei ho avuto gioco facile a condividere tutto il mio mondo: sembra vedere solo il buono in me, e mi spinge ad essere la versione migliore di me stesso. Però al momento non arrampica più… chissà, magari un giorno la piccola Angelica…

Questi pensieri sparsi mi hanno portato anche a riflettere sulla visione dell’arrampicata e della montagna: la citazione iniziale parla di “mondi diversi” e “visione lontana”, vediamo!

Il mio alpinismo -della domenica, s’intende- non ha una motivazione poi così diversa dalle persone che frequento, ma forse sono le dosi degli ingredienti e la mia ricetta personale a creare quel mix che faccio fatica a ritrovare (simile o complementare) all’altro capo della corda.

Era un po’ che non aggiornavo il blog: lo sapevate già che nel 2018 ci siamo sposati? 😀

Tanto per cominciare, sono appassionato a livelli di fanatismo: ormai sono 8 anni che arrampico “in qualche modo”, e non ho mai passato un periodo in cui ho pensato di smettere. Mi piace troppo, mi diverte e mi emoziona, nonostante i miei “risultati” (se così vogliamo chiamarli) siano tutt’altro che incoraggianti: se dovessi guardare ai risultati, dovrei darmi alla corsa dove anche senza allenamento ottengo tempi degni di nota…

Non nego infatti di provare il piacere dell’alpinismo sportivo, cercando di alzare un po’ le difficoltà e abbassare i tempi di percorrenza. Così come provo anch’io il piacere del collezionista di aggiungere un nome alla lista delle salite effettuate. Eppure non sono queste le motivazioni che spingono il mio agire, altrimenti mi sarei dedicato più semplicemente allo sport. E poi non sono disposto alla collezione “a tutti i costi”: rifuggo il troppo affollato, quando sarò abbastanza bravo magari quelle vie classiche, facili e troppo affollate le affronterò fuori stagione o, perché no, in invernale.

Non posso nemmeno ridurre il tutto a una questione di tecnica, nonostante la mia passione da nerd per i materiali e le manovre…già da piccolo amavo i manuali delle giovani marmotte, quelli del CAI devono essere agli occhi del mio io fanciullo la versione per bambini cresciuti.

Ognuna delle persone con cui ho scalato aveva una (o anche tutte) queste caratteristiche, quindi forse non si tratta di un problema di incompatibilità… eppure tra gli amici non c’è nessuno con i quali ci sia l’intesa, anche senza scriversi, di andare a fare una via assieme nel week end.

Intanto altri pensieri emergono dal torrente dove sto cercando di pescare qualche idea confusa… e forse inizio a sentire più chiaramente cosa mi manca davvero.

Nella mia ricetta un ruolo considerevole lo portano un certo gusto per l’estetica delle montagna, e lo sforzo richiesto per scalarla: nulla viene regalato, non ci sono inganni con se stesso. Il gesto stesso di abbandonare il superfluo per cercare di sentire meno fatica e raggiungere un obiettivo (per quanto inutile) è a suo modo catartico. L’altro aspetto che mi emoziona molto è collegato alla responsabilità e alla libertà, ed è il motivo per cui le cascate di ghiaccio e le vie di roccia da attrezzare sono le mie preferite. In quelle occasioni, sta a me proteggermi, decidere la sosta, e assumendomi la responsabilità delle mie scelte -senza trovare tutto già preconfezionato- riesco a sentirmi libero e appagato.

Bivacco Fiamme Gialle alla fine della Bolver-Lugli: sempre grandi emozioni con Giulio, peccato che abiti lontano e non ne voglia proprio sapere di provare l’arrampicata!

Quello che però più mi ha coinvolto, e che forse adesso un po’ mi manca, è quella speciale connessione che si prova nell’affrontare rischi e fatica fisica, che amplifica le sensazioni e fa sembrare una giornata molto più lunga e vissuta. Ci sono tante scalate di cui magari il ricordo si affievolirà, quelle di cui confonderò i tiri tra loro. Ma il temporale in parete, la grandine, farsi piccoli sotto uno strapiombino aspettando inutilmente che spiova, i camini bagnati… quelle sono cose che ti restano, così come il groppo in gola all’attacco di una grande parete, con tanti tiri davanti e la consapevolezza che a un certo punto ritirarsi sarebbe più complicato che finire la via.

Mi manca l’alpinismo, in questo ultimo anno di limitazioni agli spostamenti alla fine ho nutrito la mia passione con altro, però conto presto di tornare sotto le grandi pareti, a puntare il naso in su.

L’epifania di cui parlavo in incipit: mi sono accorto che non mi serve un compagno fisso di cordata. E’ un mito romantico del quale si può fare tranquillamente a meno. Ho la fortuna di avere un sacco di amici che arrampicano, e ogni via fatta con loro è un bellissimo ricordo.

Ho dei sogni e dei progetti, se qualcuno di loro vorrà realizzarne qualcuno con me ne sarò felice. Se non saranno loro ad accompagnarmi, con chi scalerò quelle vie? Ancora non lo so, troverò la persona adatta e quello sarà il momento giusto.

Ecco, se proprio si vuole cercare il pelo nell’uovo, in questo caso sarebbe comodo avere un compagno di cordata fisso 😀

Chissà se vorrà legarsi col suo papà brontolone… intanto studia l’attrezzatura 😀

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